Istituto Comprensivo "A. Fogazzaro" di Baveno

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Memorie da Ritrovare

Sabato 13 ottobre 2007, le classi 4^ e 5^ della scuola primaria di Baveno, hanno partecipato alla proiezione del film “Hotel Meina” al Palazzo dei Congressi di Stresa, in occasione del Grinzane Cinema.

Questa iniziativa proposta e organizzata dalle insegnanti A.M. Daniele e S. Siega, è inserita all’interno del progetto “Memorie da ritrovare” che la scuola primaria di Baveno svilupperà nell’intero anno scolastico 2007/08, aderendo alle svariate iniziative che possono coinvolgere un progetto così importante e ambizioso, grazie anche alla collaborazione del sindaco Massimo Zoppi.


Ore 17,00 Sala Lynch Proiezione del film vincitore Sezione Cinema
 “Hotel Meina” di Carlo Lizzani (2007, 115’)

Meina, Lago Maggiore, 8 settembre 1943. l’Italia firma l’armistizio che sancisce la fine della Seconda Guerra Mondiale. Attraverso i ricordi di Noa, ripercorriamo la tragica vicenda che si svolse in un tranquillo albergo che ospitò sedici cittadini ebrei; stanati da un reparto di SS, furono reclusi nelle loro stanze per una lunghissima settimana in attesa dell’eccidio finale.   Un ispirato e antiretorico Carlo Lizzani prosegue la sua indagine sul fascismo e l’antifascismo, ispirato dall’omonimo romanzo di Marco Nozza, basato su una storia realmente accaduta.

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Guarda chi cè!!!


Sabato è stata proprio una giornata ricca di sorprese.

Mentre i ragazzi aspettavano l’inizio del film, una meravigliosa apparizione li colpì: in sala c’era un personaggio televisivo a loro noto, “Gnomo Ronfo” della Melevisione. Subito è ”partita” la  richiesta “fai una foto con noi?”   Eccola!!! “Gnomo Ronfo” nel film Hotel Meina diventerà un personaggio importante (anche se truccato e vestito in quel modo nessuno l’avrebbe riconosciuto…): Mario Manulli, ariano ma con la suocera ebrea.

Baveno però può essere orgogliosa perché tra questa numerosa “folla di bambini” c’è un altro attore: Elia … Lo riconoscete? Robert Fendez, fratello di Julian, il fidanzato di Noa

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DISEGNI E COMMENTI DEI BAMBINI

(Lavoro svolto in classe 4^ della Primaria di Baveno)

La scena che mi ha impressionato di più è quando si vede il camion pieno di ebrei che si allontana, diretto al commissariato di Baveno. Nel camion c’erano tante persone ebree e c’era anche una donna appena sposata e il marito che non era ebreo correva dietro il camion piangendo e gridando “Lisa!” Il nome della moglie. Questa scena è molto triste perché è ingiusto che l’umanità debba essere divisa in razze. E che ci siano razze inferiori o razze migliori perché noi siamo tutti uguali. Adriana

 

 
La scena che mi ha colpito di più è stata quando il proprietario dell’Hotel Meina ha dato fuoco alla cucina dell’albergo per distrarre la SS e per salvare gli ebrei facendoli scappare. Però i tedeschi hanno capito che era una manovra così sono riusciti a bloccarli, prima che fuggissero Quando i tedeschi sono riusciti a bloccare gli ebrei, li hanno rinchiusi nelle stanze. Gli ebrei erano tristi, dispiaciuti e spaventati. A me quella parte è piaciuta tanto. Andrea

La scena che mi ha colpito di più è quando Noa è andata a portare la cena a Erika, l’ospite tedesca che voleva aiutarla. Però quando era lì, il capitano delle SS ha preso il vassoio con la cena ed è entrato: ha baciato Erika con forza ed è uscito perché Erika non lo voleva. Noa è entrata ed ha visto Erika vomitare. Arianna

 

 

La scena che mi ha colpito di più è quella dove il capo dei tedeschi separava gli ebrei dagli altri ospiti dell’Hotel Meina e li rinchiudeva nelle stanze dell’albergo senza dare loro da mangiare e bere. Non li faceva mai uscire dalle stanze. Il capitano delle SS era serio e con la voce dura non era affatto gentile, le persone le trattava come delle bestie. Elisa

La scena che mi ha colpito di più è quella del compleanno del papà di Noa perché Roberto, il bambino ebreo, stava toccando la torta con le dita e la sorella gli ha dato una sberla sulla mano e Roberto ha fatto le smorfie. Giulia D.

 

La scena che mi ha emozionato di più è stata quando Noa e il suo fidanzato ospite dell’albergo, erano in bicicletta alla Villa Fedora. Avevano ricevuto il messaggio dal capitano delle SS che potevano uscire mezz’ora, ma se non tornavano in tempo uccidevano gli altri ebrei che alloggiavano nell’albergo. Questa scena mi è piaciuta perché era l’ultima volta che i due ragazzi si incontravano, da soli, in libertà come due giovani innamorati qualsiasi: felici!
Giulia G.

La scena che mi ha impressionato di più è quella dove Noa quando è tornata all’Hotel Meina, finita la guerra, stava nuotando nel lago ed ha immaginato mentre nuotava sott’acqua di vedere i corpi morti degli ebrei ospiti dell’Hotel. Mi ha impressionato di più perché ho sentito tantissima tristezza vedendo i morti nell’acqua. Le SS  li avevano uccisi prima sparandogli alle spalle e poi infilandoli in sacchi di iuta, incatenati con dei sassi ai piedi per non farli tornare a galla. Greta

La scena che mi ha colpito di più è quella in cui Erika, la donna tedesca brava, sta per sparare al comandante SS ma non l’ha fatto perché la parte del bene nel suo cuore l’ha fermata. Mi è piaciuta questa scena perché il cattivo era un assassino e lei non voleva diventare come lui. Lucrezia

La scena che mi ha colpito di più p quella in cui la signora di Baveno ha fatto un gesto di Bontà perché ha capito che gli ebrei rinchiusi nell’albergo, finito l’interrogatorio, non sarebbero usciti vivi. Così quei gioielli li avrebbero portati in banca in una cassetta di sicurezza e non sarebbero finiti in mano alle SS. Vittoria

 

 


La  scena  che   mi  è  piaciuta  di  più,  è  stata  quella  in  cui,  Guido  carica  la  principessa  Dora  sul  cavallo  dipinto  di  verde  con  la  scritta  “attenzione  cavallo  Ebreo”.  Ho  provato  gioia  e  felicità .  La  scena,  mi  è  piaciuta  molto.  Ero  felice  perché  Dora,  ha  scelto  Guido,  invece  che l’altro  (fidanzato),  che  era  ricco  e  fascista.  Alessia


A me è    piaciuta    la  scena   degli   ebrei  quando, finita la guerra, erano  liberi   e    il bambino   credeva  di   avere   vinto    il carro armato (infatti ha incontrato un americano che lo fa salire e gli dà un passaggio). Il   film  mi   e   piaciuto  perché  parla   della   liberazione  di un popolo in schiavitù e un bambino felice che è sopravvissuto alla  strage. Brandolino

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Incontro con Becky:
i ragazzi di classe 5a raccontano …

 

Era da tanto tempo che sentivamo parlare di Lei, finalmente oggi  ospiti del Sig. Sindaco Massimo Zoppi La incontriamo.

Dopo un viaggio da Milano ci accoglie con un grande sorriso Becky Beahar.

Sono le 10:30 puntualissimi all’appuntamento, noi delle classi quarta e quinta di Baveno ci raccogliamo a cerchio ed ascoltiamo la sua lunga e triste storia.

Accompagnata dal marito Sig. Paolo Ottolenghi, si siede al centro del lungo tavolo a ferro di cavallo.
 

 Le nostre impressioni e commenti:

 

E’ stato bellissimo, però anche triste per tutti i fatti  che ci ha narrato. La sig.ra Becky Behar ci ha spiegato tutti i traumi che ha subito a causa dell’allontanamento dalla sua scuola. La immaginavo più giovane.  (Gaia)

La sig.ra Beky Behar è venuta grazie all’invito che la nostra maestra Le ha fatto.

Siamo andati in Comune per farle anche un’intervista ma soprattutto ad ascoltarla.

Personalmente credevo che la signora Beky Behar  di aspetto fosse diversa.

Per il tempo della sua narrazione sono rimasto attratto dai microfoni che si trovavano davanti a me e alla mia compagna di classe Edvige.

La signora ha parlato di molte cose; ho notato che mentre parlava provava un grande dispiacere e anch’io provavo dispiacere. (Marco)

 

 

Becky Behar  è venuta per raccontarci la strage di Meina e ci ha raccontato che i tedeschi non sono tutti cattivi; ci sono tedeschi buoni e tedeschi cattivi.

Beky Behar, viene da Milano.Nel 1938  lei aveva nove anni. Nel 1943 con la sua famiglia lasciarono Milano a causa dei bombardamenti. (Martina)

Non immaginavo che fosse così e ho avuto l’impressione che, invece di avere 79 anni, ne avesse 62.

Ha ancora il suo fascino.

Becky ha  un ricordo molto dettagliato della strage e noi, almeno io, l’ho ascoltato con molto piacere nei minimi dettagli, sentendole raccontare i suoi dolori e le sue emozioni (Desiree)

 

 

E’ stato bello, ma anche triste, perché i fatti che ci ha raccontato e come ce li ha raccontati mi hanno fatto stringere il cuore. Becky ha parlato tanto e i suoi occhi diventavano lucidi. (Jessica)

Ho provato gioia per aver conosciuto Becky Behar, tenerezza per lei, perché ha vissuto i momenti e li ha raccontati senza piangere e alla fine era contenta.

Anche io ero contenta perché ho fatto la foto vicino a lei e ci ha anche scritto una dedica con l’autografo. (Edvige)

Becky Behar dimostra meno dei suoi 79 anni. E’ venuta da Milano con suo marito in auto. Dopo esserci accomodati in sala consiliare, ha iniziato a raccontare i fatti anche sulla strage di Meina. Mi sono divertita ed è stato bello. Lei e suo marito mi hanno firmato un foglio. (Noemi)

 

 

La signora Becky Behar, oggi giovedì 18 ottobre 2007, è venuta grazie all’invito della nostra maestra.

L’Abbiamo incontrata nella sala consiliare del Comune di Baveno e l’abbiamo accolta molto bene.

La Signora Becky dice che è golosissima di cioccolata e si vede!!

Io me la immaginavo molto più malandata e molto più magra.

Le mie emozioni quando parlava sono state all’inizio un po’ di agitazione poi però tutto è passato. (Andrea)

Con Becky Behar mi sono sentita emozionata al primo momento, ma poi è passato.

Ero un po’ triste quando parlava di tutti quei morti e della malvagità dei tedeschi. La tristezza è brutta, ma un poco di felicità c’era perché era salva e si era sposata.

Quando parlava sembrava piangesse perché aveva gli occhi lucidi. (Valentina)

 

 

Mi è piaciuta molto questa intervista perché come l’ha raccontata Becky Behar mi sembrava di vivere la scena.

Oltre a questo mi è sembrata una cosa terrificante raccontata da una persona che ha vissuto quelle terribili cose.

Solo adesso riesco a capire quello che ha provato, ma non riesco ancora ad immaginare il dolore che ha provato venendo a sapere dei suoi amici, dei suoi parenti e anche di tutti gli ebrei che sono stati trucidati per un ragionamento che non ha senso. (Federico)

Non mi aspettavo che Becky fosse così, ovvero dimostrava meno dei suoi 79 anni.

Questa cosa è stata stupenda: incontrarla e conoscerla personalmente. L’ho ascoltata con molto interesse e stupore per le cose che diceva. ( Floriana)

 

 

Mi ero emozionata, pensavo che fosse più giovane. Mi veniva da piangere per il modo con cui raccontava la sua storia, sembrava di viverla in quell’istante. (Elena)

La signora Becky behar e il suo gentile marito Paolo Ottolenghi sono venuti perché la nostra maestra li ha invitati.

Sono venuti perché noi partecipiamo ad un concorso nazionale sulla Shoà.

Becky ci ha detto che ogni volta che viene sul lago si ricorda, sia dei bei momenti passati, che di quelli brutti legati ai suoi amici uccisi dai tedeschi. (Davide)

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RACCONTIAMO…….

NOEMI

Noi di classe quinta elementare il giorno 18 ottobre 2007 siamo andata nella sala consiliare in comune dove c’era un tavolo a ferro di cavallo con sopra dei microfoni e al lato più esterno delle sedie rosse e nere che si alzavano e si abbassavano. Davanti al tavolo invece c’erano altre sedie con incorporate dei tavolini pieghevoli.

All’inizio della prima fila di sedie, si trovavano due colonne e il pavimento di moquette.

Ci sedemmo intorno al tavolo, noi di classe quinta, quelli di classe quarta si sederono sulle sedie intorno al tavolo, mentre al centro lasciammo due posti liberi per la signora Becki Behar e suo marito.

Lei sisedette e iniziò a raccontare la sua storia con queste parole: “ Il mio primo trauma da bambina è stato l’allontanamento dalla scuola. Mio padre una sera ci riunì, io e i miei fratelli maggiori e ci disse che l’indomani non potevamo più andare a scuola, ma dovevamo andare in una scuola ebrea; il giorno dopo andammo a salutare i miei compagni e la mia maestra. Ricordo quegli occhi lucidi da cui scendevano alcune lacrime.

Io non potevo più frequentare la solita scuola, ma in quella dove ognuno si doveva cucire sui vestiti la stella di Davide.

I miei nove anni erano molto diversi di quelli dei nove anni dei bambini di oggi, perché non c’era la televisione.

Nel 1943 lasciammo Milano a causa dei bombardamenti e andammo a Meina perché lì ci  sentivamo al sicuro. Ci insediammo in un appartamentino dell’albergo, perché avevamo lasciato la nostra casa al console turco.

Quel giorno non vidi più i miei compagni che prima venivano a fare i compiti da me perché avevo una sola colpa, quella di essere nata ebrea. Io ero anche un po’ in difficoltà con la lingua, l’italiano non era la mia lingua madre, ma era il francese e lo spagnolo ed ero nata in Turchia.

Dopo un po’ di tempo arrivarono i tedeschi che presero in possesso l’albergo e lo circondarono e giravano per i locali salendo spesso le scale con un passo molto pesante. Noi fummo rinchiusi nella stanza 420. Prelevarono mio padre e quando prelevarono mia mamma incominciammo a disperarci, ma dopo 2 o tre giorni ritornarono. Poi prelevarono i genitori di Jhonny, ma i miei no perché la Turchia non era ancora in guerra, io che ero libera di girare per l’albergo, uscii da una porticina segreta che i tedeschi non avevano ancora scoperto. Presi la bicicletta e sulla spiaggia vidi i corpi dei genitori di Jhonny.

Quando rientrai, lui mi chiese come stavano e io a quel punto gli dissi una grossa bugia perché non volevo che lui si preoccupasse e gli dissi di stare tranquillo perché stavano bene, ma era il contrario, perché loro erano morti e galleggiavano nell’acqua. Quando la Turchia entrò in guerra noi prendemmo delle barche e ce ne andammo. Arrivati al confine svizzero delle reti separavano i due territori. Sulle reti c’erano dei campanelli, mio padre mi disse di correre velocissima perché se suonavano i campanelli i tedeschi ci avrebbero scoperti.

Io corsi come mio papà mi disse di fare, ma inciampai nello zaino e mi ritrovai davanti ad un uomo alto con un fucile in mano che parlava tedesco. Mi misi improvvisamente a piangere perché credevo che fosse tedesco della Germania, invece apparteneva alla Svizzera tedesca. Lui non sapeva come calmarmi così estrasse dalla tasca una tavoletta di cioccolato: fu allora che capii che mi trovavo al sicuro in Svizzera.”

Questo racconto rappresenta il resoconto di Becki che ha narrato la sua triste storia, io sono rimasta molto colpita soprattutto da una frase che lei ci disse: “ Alcuni dicono che a Baveno tutto è andato all’acqua di rose, invece non è vero e ragazzi tenete vivo questo racconto perché tutti lo devono conoscere e mai dimenticare affinché non si ripetano più fatti del genere.

ROMANO

Oggi 18 ottobre 2007, io, la classe quinta e la classe quarta siamo andati al municipio di Baveno ad intervistare Becki Behar, una sopravvissuta all’eccidio di Meina.

La signora Becki Behar è di nazionalità italo-ebrea, ormai anziana, robusta, di media statura, con i capelli corti e di carnagione non pallida.

I suoi genitori erano originari della Turchia, ma in famiglia (composta dai genitori, becki e i suoi tre fratelli maggiori) parlavano belga. Becki aveva imparato l’italiano a scuola. La scuola si trovava, dove ora lei vive con suo marito. Il suo primo dolore di bambina, fu quando un giorno, suo papà radunò nella sua stanza, lei e i suoi tre fratelli, per comunicare loro che l’indomani non sarebbero più andati a scuola con gli altri, ma avrebbero frequentato una scuola ebrea.

Dice che ricorda ancora il dolore dalla maestra e dei compagni, a cui era molto affezionata, il giorno in cui era andata a salutarli; si ricorda ancora gli occhi lucidi della sua maestra quando se ne andò. Le leggi razziali parlavano chiaro: dicevano che i figli ebrei e le maestre o i maestri ebrei non potevano più frequentare scuole, così come gli adulti ebrei non potevano più lavorare in nessuna azienda, potevano solo vendere abiti smessi o ripararli.

Visto che Milano era stata bombardata quando Becki aveva 13 anni, la sua famiglia sfollò sul lago, non andò nella villa di Meina, perché era occupata dal console turco, ma si trasferì nell’albergo del padre, in un appartamento. L’8 settembre venne firmato l’armistizio, tutti festeggiavano, tranne i nonni , che piangevano in un angolo e dicevano che quel giorno non era tanto bello, ma i giovani continuavano a festeggiare. Purtroppo un giorno successe che le SS arrivarono e scesero dalle camionette e in poco tempo l’albergo fu circondato.

Le SS chiamarono gli ebrei e li rinchiusero nella camera 420. Per primo portarono via il padre di Becki al comando di Baveno, da lì in una cascina, dove stava per essere fucilato, se non fosse intervenuto il console iscritto nell’ “Albo dei Giusti”, che battendo i pugni sul tavolo disse: “ Non potete uccidere un cittadino turco, perché la Turchia non è ancora entrata in guerra, altrimenti faccio una questione diplomatica!” Poco dopo il padre ritornò in albergo sano e salvo.

Nella notte si sentirono dei rumori di scarpe. Il giorno dopo vennero ritrovati dei cadaveri e Becki, che ora poteva girare in albergo uscì da una porticina e andò a vedere: erano i cadaveri dei genitori di Jhonny, un suo caro amico.

Il giorno dopo toccò a Jhonny e a suo nonno che disse: “ Forse non ci rivedremo più”. Ed aveva ragione.

Il giorno seguente il console turco disse loro di scappare perché a momenti la Turchia sarebbe entrata in guerra e lui non avrebbe più potuto fare niente per loro. Così dopo tante avventure scapparono con dei contrabbandieri, raggiunsero la Svizzera e Becki venne mandata in un collegio; in questo modo riuscì a salvarsi. Ascoltando ho capito che bisogna ricordare i fatti belli e brutti della storia e rispettare tutti gli uomini.

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RIFLESSIONI DOPO LA VISITA ALLA CASA DELLA RESISTENZA PARCO DELLA MEMORIA E DELLA PACE 

CLASSE V

EDVIGE:

Ieri, 13 novembre, sono andata alla “Casa della Resistenza” a Fondotoce con la mia classe e con la classe quarta.

Ci hanno accompagnati le maestre Anna, Simonetta e Monica con il pulmino.

Abbiamo conosciuto un ex partigiano che ci ha raccontato alcuni fatti, ci ha detto che l’ultima famiglia in ordine alfabetico di quelle presenti sulla lapide commemorativa dedicata agli eccidi degli ebrei, è stata uccisa tra il 10 e l’11 settembre 1943, i componenti della famiglia si chiamavano Ettore, Elena, Riccardo e Lina.

Un’altra  lapide riportava incise queste parole:

“ A ricordo dei 43 partigiani fucilati in questo luogo il 20 giugno 1944 e dei 1200 caduti durante la lotta di Liberazione nelle province di Novara e del Verbano Cusio Ossola”

In realtà noi abbiamo saputo che i martiri erano stati solo 42, perché una persona si salvò.

Ho capito che cos’è il razzismo e ho provato un sentimento di rabbia.

E’ stata una visita interessante che mi ha fornito altre informazioni su questi argomenti che stiamo studiando. 

 

ROMANO:
Il giorno 13 novembre, con la classe quinta e quarta, con le maestre e lo scuolabus andammo a Fondotoce, alla Casa della Reistenza. Appena entrati nel parcheggio, si vedeva una struttura a forma di L. Arrivò un signore, un ex partigiano, il quale, molto gentile, ci portò nella pineta vicino ci spiegò che prima c’era un prato con un sentierino.

Ci fece vedere un canale, che una volta allagava quel prato , un ulivo, segno del ricordo della Palestina, agli ebrei uccisi, poi una croce che si erigeva dietro un blocco di pietra con dentro le ceneri degli uomini bruciati nei forni portate da 4 partigiani sopravvissuti. C’era anche un muro con scritto sopra dei nomi di tutti quelli morti per il razzizmo, dietro piantate 42 piante in ricordo dei 42 martiri di Fondotoce, perché il 43° era riuscito a salvarsi miracolosamente. Entrati nella Casa, e precisamente nella sala auditorium, vedemmo il filmato del partigiano sopravvissuto. Egli raccontò che si era salvato svenendo, fu colpito ugualmente, però era ancora vivo, perché anche il colpo decisivo era andato a striscio della testa.

Le signore e i signori che mettevano a posto i corpi morti, lo videro e gli fecero barriera, lo medicarono a malapena e gli dissero di risalire il fiume – canale. Dopo 200 metri, arrivò un signore e lo mise in un tronco vuoto cavo; infine, di notte, lo portarono fuori e lo medicarono.

Guarito, ritornò dai partigiani. Adesso è ancora vivo, ma si ricorda ancora tutto e lo ricorderò anch’io per tutta la vita. Il film è stato toccante si capiva la paura di morire, ma anche il desiderio di dare la propria vita per liberare l’Italia dai tedeschi. 

 

LORENZO

Martedì tredici novembre, noi bambini di classe quinta insieme agli alunni di classe quarta andammo  a Fondotoce a visitare la Casa della Resistenza.

Un tempo era un bosco, adesso è una specie di parco pubblico con una grande casa, ora adibito  a museo.

Andammo con lo scuolabus e fummo in molti.

Ci siamo recati in quel luogo per approfondire le notizie che ci servivano per il progetto “i giovani ricordano la Shoà”.

Entrammo in una stradina e vedemmo alcune lapidi a ricordo di tutti gli Ebrei trucidati dai nazisti il 3 settembre 1943. Dopo aver visto le lapidi, andammo a vedere un ulivo venuto da Gerusalemme, a fianco a noi c’erano quarantadue piante che rappresentavano i quarantadue partigiani martiri.

Vedemmo anche lapidi tra cui quelle di giovani ebrei trucidati a Meina, amici di Becky Behar.

Entrammo nella Casa della Resistenza dove abbiamo visto un filmato. Il protagonista era il quarantatreesimo partigiano che raccontava la sua esperienza da sopravvissuto alla fucilazione.

La cosa che ho trovato più interessante e che ha colpito particolarmente la mia attenzione è stata la visione del filmato. 

 

MARCO

Il giorno 13 novembre la mia classe e la classe quarta elementare ed io, accompagnati dalle maestre Anna e Simonetta, andammo in visita alla Casa della Resistenza di Fondotoce.

Partimmo alle 9.00 di mattina con il pulmino comunale e arrivammo alle 9,15.

Alle 9.00 la maestra Anna si spiegò i motivi per i quali era stata organizzata questa visita e cioè per farci conoscere la storia dei partigiani e vedere i monumenti della Resistenza.

Appena arrivati ci accolsero 2 Partigiani, ormai vecchi, di cui non ricordo i nomi e ci fecero vedere subito i monumenti, alcuni molto significativi come:

il muro con scritti i nomi degli Ebrei morti in guerra, i 1200 partigiani sterminati nei Lager nazisti, i 150 presi e fucilati, i 300 morti nei rastrellamenti e una cartina geografica sulla quale era raffigurata come sarebbe stata l’Europa se Hitler avesse vinto la guerra.

La Casa della Resistenza è situata all’interno di un parco con grandi alberi.

E’ un luogo un po’ strano e ho provato dei sentimenti di paura e tristezza e ho capito quanto siamo fortunati noi oggi. 

 

ELENA

Siamo partiti da scuola con le maestre Anna, Simonetta, Monica, con la mia classe e la classe quarta, per andare a Fondotoce a visitare la Casa della Reistenza.

La casa della Resistenza sorge su una zona dove nel 1944 furono fucilati 43 partigiano.

Arrivati in quel luogo ci ha accolti un signore anziano, un ex partigiano.

Mi colpii molto il bel panorama con tanti alberi, un fiume le cui acque che scorrevano si sentivano in lontananza e una croce di cemento enorme che sembrava toccasse il cielo.

Abbiamo fatto qualche passo per raggiungere un alto muro su cui erano scritti i nomi dei 1200 caduti.

Quel signore ci ha raccontato che gli alberi piantati dietro a quel muro, erano stati piantati in memoria dei 42 martiri partigiani uccisi, di cui uno, il 43 però si salvo miracolosamente.

Ora il 43 vive in Thailandia.

Siamo anche entrati a vedere nella sala video un filmato che mostrava l’intervista al 43° partigiano sopravvissuto alla strage. Dopo circa 10 minuti finì.

Prima di ritornare a scuola ci hanno consegnato dei depliants a ricordo della giornata.

Abbiamo salutato anche la nostra guida speciale.

E’ stata una bellissima esperienza. 

 

FEDERICO

Martedì 13 novembre io, con la mia classe, quella di quarta e le maestre Anna, Monica e Simonetta, siamo partiti con il pulmino da scuola per andare a Fondotoce alla Casa della Reistenza per avere ulteriori informazioni sulla storia dei partigiani.

Quando siamo entrati, abbiamo trovato Gianni, un ex partigiano che ci ha fatto da guida.

Ci ha spiegato molto bene com’è avvenuta la morte dei quarantadue martiri.

Ho visto molti monumenti tra cui un ulivo e un muro su cui c’erano scritti i nomi dei morti a causa del nazifascismo.

Per ultima cosa abbiamo visto un’intervista del sopravvissuto.

Ho capito di più quanta sofferenza c’è stata in Italia a causa del nazismo e del fascismo. 

 

NOEMI

Noi di classe quinta con la classe quarta e le maestre Anna Maria, Simonetta e Monica il giorno martedì 13 novembre 2007 siamo andati alla casa della Resistenza a Fondotoce con lo scuolabus.

Siamo andati per farci raccontare i fatti avvenuti molto tempo fa in quel luogo e precisamente il 20 giugno 1944.

Abbiamo incontrato una guida di nome Gianni, era un po’ anziano.

Lui ci ha dato il benvenuto alla porta; abbiamo fatto il giro del parco fuori e per primo abbiamo trovato una serie di nomi di partigiani. Proseguendo abbiamo visto una grande croce con ai piedi dei fiori e una corono d’alloro con davanti un’ urna funeraria contenenti le ceneri che alcuni partigiano sopravvissuti prelevarono dai forni crematori dal campo di concentramento di Mathausen.

Queste ceneri rappresentano tutti i caduti uccisi per la ferocia nazista. Subito dietro alla croce, c’è un muro costruito proprio dove furono uccisi i 43 martiri che in verità sono 42 perché uno si salvò nascondendosi sotto ai corpi dei suoi compagni.

Su questo muro enorme ci sono scritti i nomi dei partigiani che avevano partecipato alla guerra; al lato destro ci sono scritti i nomi degli ebrei morti sul lago Maggiore e vicino a quello c’è un ulivo: è un ulivo della Pace.

Dietro al muro ci sono piantati 42 alberelli che simboleggiano i 42 martiri.

Siamo entrati nella casa e abbiamo visto un filmato che raccontava la storia dell’uomo sopravvissuto alla fucilazione, attraverso un’intervista.

Il signor Gianni ha insegnato ai maschi che le donne contribuiscono di più e se cominciano una cosa, la portano avanti.

Mi è piaciuto molto andare là solo che ho ancora paura che succedano questi fatti. 

 

FLORIANA

In una ventosa mattinata io con i miei compagni e la classe quarta siamo andati a Fondotoce alla Casa della Resistenza.

Arrivati ci ha accolti un signore di nome Gianni che era partigiano.

Con lui siamo andati a visitare i monumenti nel parco, fuori dalla casa e ci ha spiegato cosa essi rappresentano.

Su di essi sono incisi i nomi dei partigiani e degli ebrei morti durante la seconda guerra mondiale.

Nel parco ci sono anche 42 alberi che ricordano l’eccidio di Fondotoce.

All’interno della casa il signor Gianni ci ha fatto vedere un filmato: l’intervista a Carlo Suzzi il sopravvissuto dei 43 partigiani fucilati a Fondotoce.

I tedeschi lo credettero morto e con l’aiuto di alcune persone del posto riuscì a mettersi in salvo.

Dopo il filmato questo signore molto gentile a raccontare di questo partigiano sopravvissuto.

Nella Casa della resistenza ci sono molti cartelloni che ricordano gli episodi avvenuti durante la guerra sul lago Maggiore e non solo.

Prima dei saluti, il signor Gianni ci ha lasciato prendere del materiale informativo e alcuni libricini.

Io ero già stata alla Casa della Resistenza, ma è stato ancora più interessante insieme ai miei compagni. 
 

MARTINA

La visita alla Casa della Resistenza si è svolta martedì 13 novembre 2007.

Io credo che il motivo dei questa visita fosse quello di far ricordare ai giovani la Shoà e per far conoscere le vicende della Resistenza dei partigiani nel nostro territorio.

Io e i miei compagni siamo stati guidati nel percorso da un ex partigiano.

La visita è stata bella e interessante perché ho imparato nuove cose che non conoscevo sulla guerra perché abbiamo sentito da un ex partigiano quello che fece nel nostro territorio.

Gianni, questo è il suo nome, ci ha raccontato una terribile vicenda avvenuta a Fondotoce il 20 giugno del 1944.

I nazisti, dopo aver catturato 43 partigiani li fucilarono per vendetta proprio dove ora sorge il Parco della Memoria e della Pace e la casa della Resistenza.

Nel parco ci sono diversi monumenti, un albero di ulivo, delle lapidi con i nomi dei caduti e degli ebrei uccisi sul lago Maggiore e una alta croce in ricordo di tutti i morti della guerra.
  
  
  
  
 
  
  

 

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